Beatitudine

 

Beatitudine

È giusto che lo spettatore sia vorace, voglia tutto per sé, sia geloso. E non consigli un libro bello, uno spettacolo. Anzi: mantenga il segreto, lo accarezzi, quel libro bello, lo ricordi in silenzio, quello spettacolo prezioso, sorprendente. Così si crea legame, nel mistero, tra intrattabilità su sponde opposte: quella di chi l’ha scritto, quel libro, e chi lo legge. Quella di chi l’ha concepito, lo spettacolo, e chi, nel buio della sala, l’ha guardato e ascoltato.

Per permettere questo, però, ci vorrebbero funzionari illuminati, intrattabili anche loro. E funzionarie streghesche, geniali. Cioè proprio un blocco di potere che il potere, la bestia che sfigura, lo sappia usare con distacco superbo, in quel modo aristocratico, assurdo, di chi mette la propria felicità sempre un po’ oltre, sempre un poco al-di-là. Ne ho conosciuti, di soggetti così. Gente burbera che pagava per tempo.

La massa bela, conforme, e il funzionario illuminato se ne frega, ne ha mandato. Coperto da un consenso su altri piani: sanità, imprese e il bla-bla-bla che sappiamo. Qui comandano i capi, e i pensionati esultano, in soggiorno. Ma è nell’educazione-a-immaginare, terra che più periferica non c’è, per chi comanda, che servono coraggio e sì, disprezzo: per la medìetas, per correttezze e centrismi. E per l’istinto gregario, che andrebbe ucciso sul nascere, subito, prima che esiga censure e autocensure. Trionfi qui il gioco e chi riesce a giocare. Trionfi la libertà, almeno qui, tra i contuncazzo beati.

 

Dentro a un fienile

Dentro a un fienile

L’avevo sentita già quest’estate. Ora di nuovo, più chiara, illuminante. La fatica di rientrare in sala prove. Testi che, letti ora, sembrano non di un anno prima, ma di dieci. Prove programmate di cui non cogli più il senso. Uno sguardo appuntito, intransigente, svela certe pochezze, certe viltà. La cosa miracolosa, quindi non viene da me, è un sottofondo di amore, una pietas. Mi guardo andare al rallentatore, convalescente. Invecchiato e ringiovanito. Chinandomi su certe pagine di libri, di copioni, di appunti, mi sembra di essere in grado, nel silenzio, di vedere quel che è oro e quel che è stagno. Complice il luogo: una ex-scuola elementare di paese, persa trai campi romagnoli: un’angolo di Boemia, di Lituania, che sembra d’essere in un racconto di Langer, o di Kiŝ. Un luogo pieno di carte geografiche ai muri, di maschere, di pupi, di fantasmi. Una barca solitaria, colorata, tra i campi e le raffinerie. Servono luoghi così, per resistere. Anzi: per esistere in pieno, per gustare la nostra sconfitta. Non che sia sorprendente che l’arte, quando va bene, sia tollerata se vocata a un consumo, sennò lasciata morire o proprio uccisa. E non dai capi del mondo, così lontani, ma dai loro funzionari, così vicini, complici nel dare per certa un’idea di ‘riuscita’, l’ho già detto, che può apparire buon senso ed è grettezza. A destra il lusso, a sinistra la distinzione. Gli eredi di tutto questo sono qui, siamo noi, ma adesso come storditi, senza più il nostro giocattolo in mano, o forse sì ma in pezzi. Era ora. Prima di riprendere i contatti coi teatri, con i festival, cioè con la macchina che più che mai si mostra tale, forse varrebbe la pena ascoltarlo, questo nostro balbettio, questo dubbio. Ha a che fare con quel che una volta si chiamava, solennemente: vocazione. Il ritmo si farà, negli anni prossimi, furioso. E sarà green come lo è un palo di cemento. Io non voglio recuperare: resto indietro. Regalo dell’epidemia: torni a un’infanzia. Che è, prima di tutto, libertà ritmica. Sono arrivati i banchieri, arriveranno i generali. Resisteremo, finché la terra sarà abitabile, appartati: giocando insieme a chi vorrà, dentro a un fienile.