L’abbandono

 

L’ABBANDONO
tratto da l’abandon a la providence divine (1730)
attribuito a jean pierre de caussade
adattamento teatrale, regia e interpretazione alessandro berti
musiche originali andrea biagioli
una produzione css teatro stabile d’innovazione del fvg / i teatri del sacro

“Queste anime, distaccate per profonda disposizione da quasi tutti gli impegni esteriori, sono poco adatte ai rapporti col mondo, agli affari, ai progetti, alle attività industriose. Ci si può fidare ben poco di esse. E non si vede in loro che debolezza: di corpo, di spirito, di immaginazione, di passioni. Sembra che non si accorgano di nulla, non pensano a niente. Non prevedono e non prendono a cuore niente. Sono, per così dire, allo stato grezzo. Nulla appare in loro di quello che la cultura, lo studio, la riflessione danno all’uomo. Si scorge in esse quello che la natura mostra nei bambini, prima che siano passati per le mani dei maestri incaricati di formarli.”

C’è un testo di spiritualità cristiana, scritto tre secoli fa, che è a un tempo grande opera di poesia, gemma di saggezza, vetta di mistica. E questa sintesi modernissima, a tratti dal sapore stoico o addirittura taoista, è però anche profondamente cattolica, nel suo senso più letterale di universale. Questo testo è L’ Abandon à la Providence Divine, che viene messo qui alla prova del presente in una versione teatrale semplice, centrata sul tentativo di fare scorrere davanti al pubblico ogni sera il fiume impetuoso, appassionato, delle parole dell’anonima autrice, la precisione della sua intelligenza svuotata d’ego. In un momento che pare lontano da qualsiasi stato di grazia, l’abandon ci indica una via attraverso il mistero delle cose, la via luminosa e antica dell’unione incondizionata a Dio e alle creature.

“Pensavo, preparandomi a fare ancora l’abbandono, domani sera, a Modena, e immaginando il vario popolo, che si presenterà, dato che è gratis, soprattutto quando mostro i miei lavori qua in Emilia, divisa ancora tra post-comunisti e post-cattolici, schiere confuse nel generale consumare, pensavo dunque che la mistica, qui, quando è guardata con occhiale ideologico, scontenta tutti, sia i laici che i devoti. I primi perché li agita, spaventa, la trovano psicotica, fatale. I  secondi perché considera Dio come vivente, non lontano, e quindi invita a superar le mediazioni (vedi alla voce: gerarchia, poteri). Non c’è dove poggiare il capo, insomma, e come nota Eckhart, la mistica la capisce chi la vive, chi ha vissuto qualche cosa del genere, chi sa ammettere di averlo vissuto: un dubbio radicale, una vertigine, e s’è stancato dell’allopatia, si disintossica. Per tutti gli altri è archeologia, esotismo. (…) Venendo dalle recite di Un Cristiano, storia di resistenza e di guerra, sarà utile verificare ancora una volta, e forse l’ultima, dopo una quarantina di recite, il senso dell’abbandono alla volontà di Dio, cioè a quello che la via, la verità, la vita, trinità di sinonimi evangelica, ci chiedono a ogni istante: una presenza, un assenso, un che s’ha da dire. Lo farò, questo esercizio di verifica, ancora, recitando l’abbandono sabato prossimo, a Modena, nel refettorio del Seminario, issato su due tavoli affiancati, su cui sbucciare, scalzo, i miei due chili di mele. Scritto da una donna (e però ancora attribuito a un uomo) questo testo è un dolcissimo, ossessivo medicamento contro l’inquietudine dell’homo faber, la presunzione che il fare sia nostro, solo nostro, un invito a chiederci se davvero, e con tutti noi stessi, la stiamo vivendo, ad ogni istante, questa vita, o se invece ne siamo distanti, tristi maestri di risentimento, di giudizio.”

Alessandro Berti, maggio 2014

Dicono dell’Abbandono

“Nel variegato mosaico del festival spiccava qualche tassello più prezioso di altri. Tale l’abbagliante monologo offerto da Alessandro Berti, L’Abbandono alla Divina provvidenza. Folgorante perché davanti a una platea rapita e commossa veniva fatto risplendere uno dei testi mistici più appassionati, dovuto al gesuita Jean Pierre de Caussade (1675-1751). Avvincente perché il giovane attore lo riportava a noi con limpidezza d’accento e gioia pura, in una messinscena essenziale ma piena di grazia poetica. Le infiammate, ardenti parole del mistico francese, il suo cammino spirituale che lo porta nel seno di Dio, come se uscissero dal cuore stesso dell’interprete. Un luminoso frammento di teatro che troverà favore ovunque lo si voglia accogliere.”
Domenico Rigotti, AVVENIRE, 29 settembre 2009

“Un ritorno spiazzante, quello di Alessandro Berti, che è stato uno dei fondatori dell’Impasto, e quindi una delle voci più forti e autorevoli, dieci anni fa, della generazione del ‘popolo di Seattle’. Si può rimanere sorpresi dal suo dolce apparire nei movimenti sinuosi del suo racconto di una conversione. Mescolando un patrimonio complesso che va dal teatro di denuncia alla danza butoh, e a un certo punto indossando addirittura una sorta di clergy, Berti riporta, nell’Abbandono alla Divina provvidenza, un’antologia di un testo, dallo stesso titolo, composto in pieno settecento alle soglie dei lumi da un gesuita francese, Jean Pierre de Caussade. Quasi sentisse il rombo della modernità in arrivo dei suoi tempi, il religioso si inoltra sulla via della grande mistica, rileggendo la vita e la natura con occhio ingenuo e non pregiudiziale. E’ quanto Berti ci riporta su una piccola scena, e dopo il disorientamento iniziale ci comunica una sorta di rispettosa attesa per quella grazia che vuol dire innanzitutto rifiuto degli stereotipi e dei falsi valori, di bisogni superflui e di complicate vacuità.”
Gianfranco Capitta, IL MANIFESTO, 4 ottobre 2009

“La sera del debutto l’attore, Alessandro Berti, ha dovuto spegnere e accendere le luci più volte per invitare il pubblico a lasciare la chiesa; l’incanto della «semplice e intransigente dolcezza» di Jean Pierre de Caussade ha continuato ad aleggiare tra le panche dell’antica basilica romana di San Saba ben oltre la fine del monologo, lasciando agli spettatori il desiderio di riassaporarne ancora le parole. «La mistica di de Caussade rifugge l’estasi, è una mistica feriale, un metodo per gustare l’ordinario » scrive Berti nel programma di sala, presentando le due date romane dello spettacolo, tra i vincitori della prima edizione de «I Teatri del Sacro». Per offrire agli spettatori un assaggio del pacato, sereno elogio delle circostanze concrete che ciascuno di noi si trova a vivere del predicatore francese del Settecento, Berti ha ridotto al massimo gestualità e oggetti di scena: la quotidianità della preghiera è resa visivamente da una sedia che si trasforma in inginocchiatoio, l’habitus della virtù è una camicia ben stirata, mentre l’anima investita dalla grazia è una mela che rosseggia umile e trionfante dentro una ciotola di vetro. «Com’è possibile che proprio l’abbandono che, almeno a parole, sembra qualcosa di ottuso, fin rassegnato — si chiede Berti — contenga in sé invece il massimo di conoscenza delle cose? Perché di questo si tratta: de Caussade ci mostra, tenace come una goccia sulla roccia, che proprio questa passività apre le porte al più profondo imparare e a una attività finalmente purificata. Divina provvidenza qui è la percezione immediata e a ogni istante di quanto sia provvida la vita se la si guarda negli occhi, di come Dio parli continuamente attraverso la creazione e di che margine vertiginoso di ulteriore leggibilità abbia ancora il mondo, a saperlo guardare». «Il momento presente è sempre pieno di tesori infiniti; contiene più di quanto voi possiate accogliere» scrive de Caussade; «le sue parole — continua Berti — ci esortano a considerare le condizioni che ci sono date come le uniche reali. Riguardo alla mistica mi sembra ci sia oggi un equivoco, pensare che la pace sia un punto di arrivo. È un premio da usare come carburante per l’azione dello spirito, non un divano in cui sprofondare, pena la perdita irrevocabile del dono». Ed è proprio con un dono — per gli spettatori delle prime file, il sapore fresco di una mela appena sbucciata — che Berti si congeda dal pubblico per ricordare che non è stato (solo) uno spettacolo, ma qualcosa che è possibile ritrovare nella vita di tutti i giorni «anche in un orrendo centro commerciale della mia città, cosciente che quella folla brulicante non è, nonostante tutto, soltanto un ammasso di portafogli semoventi ma ancora e sempre un numero finito di persone vive, capaci di amore».
Silvia Guidi, L’OSSERVATORE ROMANO, 21 maggio 2011

“Li porge per condividere, con generosità, libertà e naturalezza. Sono versi intimi, parole d’amore, pensieri alti, chiari e semplici, che affondano nel reale, nella vita personale, nel cammino umano della persona. «C’è un tempo in cui l’anima vive in Dio e ce n’è uno in cui Dio vive nell’anima», recita Alessandro Berti facendo suoi i testi del mistico francese Jean Pierre de Caussade. Ci troviamo ad ascoltarli in una piccola cappella dell’antica chiesa di Santo Stefano Rotondo, a Roma, dove l’attore emiliano ha tradotto in forma scenica L’Abbandono alla Divina provvidenza, spettacolo che ha vinto la prima edizione dei Teatri del Sacro. Credibile l’interpretazione di Berti per la purezza di sguardo, per l’espressività gioiosa e profonda, per i toni pacati e penetranti con cui affronta un discorso spirituale non a tutti consono, ma che trova consensi e partecipazione. Coi piedi scalzi, su una piccola pedana rialzata la sua presenza magnetizza. Gli sono sufficienti, per catturare l’attenzione, una sedia che si trasformerà in inginocchiatoio, una camicia da indossare sopra la modesta maglia, una ciotola di vetro con delle mele rosse che sbuccerà minuziosamente, offrendole infine al pubblico. Con gesti lenti, controllati, essenziali, guarda dentro di sé per poi alzare lo sguardo verso gli spettatori e seguirci rivolgendoci parole che gli affiorano dal cuore. Un lavoro lodevole che coincide con quella che potremmo definire una mistica dell’attore, ovvero quel calarsi pienamente nella contemplazione del presente, nella povertà di sé per donarsi allo spettatore, facendosi tramite di altro. Qui Berti vuol dirci le stesse parole dell’autore: e cioè che «Dio parla ancora oggi come parlava un tempo ai nostri padri, quando non c’erano né direttori spirituali né metodi». Per chi vuole e sa ascoltare.”
Giuseppe Di Stefano, CITTÀ  NUOVA, 10 aprile 2012

“Per assistere a l’abbandono alla divina provvidenza di Alessandro Berti bisogna lasciare qualcosa. Prima di passare la soglia del luogo che ospita questo lavoro, prima di sedersi, prima di leggere di cosa si tratta, prima di affilare gli occhi, bisogna lasciare andare, lasciarsi andare. Non si va a vedere uno spettacolo, non si assiste ad una performance, non ci sono effetti di luce, non scenografie all’avanguardia, nessuna esagerazione; non si va a vedere uno spettacolo, dicevo, si medita. Ci si affianca nell’atto del silenzio. E per questo atto di silenzio sono necessari lo svuotamento e l’accoglienza. Svuotarsi per ascoltare quello che Alessandro dice, far fare radice all’interno alle parole che vengono pronunciate; accogliere come un calice quel riverbero divino che s’intuisce nella semplicità della forma, del linguaggio. Semplicità: come sbucciare una mela, infilare una giacca, stare seduto a parlare. Nient’altro. Eppure ogni cosa. C’è un uomo, ecco l’essenziale, perché lì vi è il tutto. Un uomo delicato che riflette dentro di sé e fuori una certa pace. C’è un attore abitato, che ha fatto la strada, ha percorso alcuni passi di un lungo cammino. Lo si sente. Qualcosa l’ha dovuta fare, per essere così semplice, eppure tanto efficace. Non so quanto sia durato quel piccolo evento, ma qualcosa da lui mi ha raggiunta, e in quello scorrere, versare le parole nell’orecchio e poi giù al cuore, si è annullato l’effetto del tempo. È un momento di riposo. Le armi sono poggiate a terra. La lotta cessa. Forse anche l’attore-Alessandro ha dovuto cedere, lasciare andare, liberare lo spazio, fare silenzio. Non c’è da aspettarsi nulla, soltanto, seduti o inginocchiati, c’è da abbandonarsi.”
Ilaria Drago, PADPAD REVOLUTION, 20 marzo 2012

“Alessandro Berti è riuscito in un’impresa teatrale memorabile. Il 18 e 19 maggio alla Basilica di San Saba a Roma ha messo in scena un monologo su testo di Jean Pierre de Caussade, che fonde il profondo e scivoloso discorso teologico del gesuita del tardo Barocco con i meccanismi e gli strumenti del teatro off. L’attore, voce profonda e consapevole, enumera la teologia di Caussade. Come rendere un pensiero difficile, che chiede di essere ascoltato parola per parola, in una forma moderna? Berti opta per il teatro off, cogliendo l’essenzialità del pensiero nella pulizia degli oggetti e della sua stessa figura d’attore, un devoto laico che indossa un saio contemporaneo. Gli oggetti: una sedia con doppia seduta, un vestito nero, due scodelle grandi di cui una vuota e l’altra piena di mele rosse, un coltello e la musica di sottofondo stile Brian Eno di Andrea Biagioli, che rende l’atmosfera d’attesa e di mistica che pervade l’autore francese. Un testo difficile reso come uno spettacolo off, perfetto per Roma come per New York, dove ogni oggetto ha il suo peso e il suo significato. Il memorabile è proprio questo: un testo del tardo Barocco ha avuto il riadattamento in uno stile contemporaneo mantenendo intatta la sua forza mistica senza diventare patetico. ”
Roberto Mazzoni, EQUILIBRIARTE.NET, 30 maggio 2011

” Il richiamo della mistica sostanzia l’approccio al sacro di Alessandro Berti, che si cimenta con indubbia originalità nell’opera del gesuita francese Jean Pierre de Caussade, che ai primi del settecento scrive L’Abbandono alla Divina provvidenza, un trattato sull’esperienza spirituale intesa come distacco fiducioso dalla propria autoreferenzialità per aprirsi totalmente alla contemplazione dell’attimo, del momento presente, cogliendo nella povertà di sé la pienezza di Dio. Una kenosis progressiva che l’attore, seduto in poco spazio con pochi spettatori, come per una predica domestica, rende viva lasciando che lentamente il corpo si conformi al suono delle parole, nel compimento della semplice azione di pelare un cesto di mele, di cui alla fine saranno conservate le bucce, quel resto inutile che tuttavia custodisce l’essenza. Tutto compiuto esibendo gli scarni elementi della messa in scena (un mixer, qualche oggetto, una tonaca), quasi a voler mostrare che l’abbandono al momento presente non è solo prerogativa dell’esercizio mistico, ma anche del lavoro d’attore, del suo donarsi totale all’azione che compie ogni volta per lo spettatore, qui e ora.”
Fabrizio Fiaschini, I TEATRI DEL SACRO, racconto di un’avventura, dicembre 2009