Diario di un educatore di confine

Per un’intera stagione teatrale, da ottobre 2007 a maggio 2008, ho insegnato a Savigliano (CN) e Racconigi (TO), alla Scuola di Teatro Milanollo.
Un fine settimana ogni mese prendevo il treno da Roma e venivo catapultato in una realtà del tutto diversa.
Il gruppo di allievi era molto affiatato, rappresentava una scrematura naturale di un più folto gruppo che per due anni, per due o più volte alla settimana, si era ritrovato a praticare l’arte del teatro con spirito genuinamente collaborativo e entusiasta. Non conoscevo quel territorio. Né il progetto in questione.
Ma il primo scambio di lettere con la curatrice e deus ex machina della scuola, Grazia Isoardi, mi convinse ad accettare la proposta.
E’ piacevolmente sorprendente accorgersi come certi inaspettati angoli della provincia più periferica di questo disastrato paese nascondano entusiasmi infuocati e ammirevole serietà di impegno. Per me che in quei mesi lavoravo all’interno dell’ambiente teatrale romano (con la sua sciatteria e le sue dolcezze, i suoi inconfessabili, oziosi privilegi…), questa esperienza è stata per molti versi profondamente istruttiva.
Il territorio tra Torino e Cuneo mi parve subito un luogo di forte, oscuro disagio sociale. Già l’arrivo in stazioncine anonime, cadenti, lungo la linea Torino-Savona, su treni sferraglianti, zeppi e sempre in ritardo, in un’atmosfera cechoviana di polvere e tramonti sulla pianura, prometteva bene. Poi le città stesse: bella e più chiara Savigliano, inquietantemente dispersa e misteriosa Racconigi, stretta tra il Palazzo Reale e l’Ospedale Psichiatrico, schiacciata da due opposti e speculari simboli del potere.
E proprio a Racconigi ebbero luogo molte lezioni, in una piccola, calda saletta trai padiglioni abbandonati del manicomio. Avevo scelto di lavorare su Leonce e Lena di Georg Buchner, da me tradotto e usato spesso in ambito pedagogico. L’ultima volta che l’avevo messo alla prova, per dir così, era stato proprio dentro un altro Ospedale Psichiatrico, quello di Sant’Osvaldo, a Udine, altra regione prealpina, là dove le persone più facilmente impazziscono, come dice Thomas Bernhard. In quella occasione la coppia Leonce-Valerio era impersonata da due geniali, azzimati utenti dei servizi di salute mentale, entrambi diagnosticati di schizofrenia, entrambi ex attori, entrambi perfettamente in parte. Ma qui mi accorsi presto che mi trovavo davanti a questioni del tutto diverse. Il gruppo non presentava affatto ecclatanti disforie o patologie nervose, eppure un certo disagio serpeggiava. Ma si trattava di un disagio contemporaneo, ansioso o depressivo, con nessuna venatura di follia in senso eroico, schizoide. D’altra parte questa è la storia delle espressioni diverse con cui, attraverso i secoli, si esprime il nostro disagio, e dei diversi nomi con cui poveramente prova a esser definito: isteria, schizofrenia, esaurimento nervoso, depressione, panico…
E che oggi, in un’epoca di follia pervasiva e generale (Basaglia lo intuì presto) il disagio prenda forme fluide, spurie, apparentemente normali, cioè diminuisca di potenza verticale e aumenti di diffusione orizzontale, è sotto gli occhi di tutti. Anche le caratteristiche e le finalità del progetto teatrale nel quale ero chiamato a collaborare testimoniavano di una coscienza e di un’intelligenza notevole dei curatori attorno a queste questioni: il gruppo era davvero vario, il teatro il suo unico collante, e il disagio che traspariva era, tout court, il disagio di vivere, in quei luoghi e in quel tempo, per tutti, indipendentemente dalle più o meno felici biografie individuali pregresse. Una grande saggezza libertaria stava sotto tutto questo ma non era facile capire come trasformarla in un’esperienza forte. Si trattava, con pazienza, di scavare.
E sono stati mesi di scavo, e, credo, di crescita reciproca per me e per il gruppo. Dopo due lezioni alcuni allievi che avevano frainteso quello che avrei fatto, e che probabilmente si aspettavano qualcosa di più lieve e giocoso, di meno specifico e intransigente, decisero di abbandonare l’impresa. Il lavoro con gli altri migliorò subito sensibilmente. Eppure non ingranava ancora come avevo sperato: tutto piuttosto faticoso. Perché? Ero un po’ perplesso, tenevo molto alla riuscita del progetto, Grazia pagava bene la mia presenza lì e mi ospitava con naturalezza nella sua bella casa di Savigliano, dove suo marito Ugo e le loro figlie mi accoglievano con simpatia e calore.
Uno dei motivi della fatica era determinato dal rapporto che la maggior parte di allievi aveva con un testo classico, un rapporto scolastico, di inferiorità, che si risolveva in una sostanziale incomprensione dello spirito dell’opera. Un altro motivo per molti era una precedente, invasiva, cattiva educazione teatrale, che inficiava certi tentativi anche onesti. Non a caso il primo risultato davvero notevole con quel materiale lo ottenne la persona apparentemente più svantaggiata e di certo più digiuna di teatro: un allievo con un problema di balbuzie, che invece imbroccò alla perfezione lo spirito e la lettera di Lena, dando una splendida lezione di recitazione e dizione agli allibiti (e forse un po’ commossi) compagni. Un altro ostacolo era rappresentato dai luoghi. I luoghi dove lavoravamo (la saletta di Racconigi e, quando questa non era disponibile, la colorata sala di una ludoteca alla periferia di Savigliano) dovevano essere per gli allievi luoghi del tutto abituali, dove molte cose erano e sarebbero successe. Questa intimità non giovava al lavoro.
Ma un fine settimana capitò che entrambi i luoghi erano, per qualche motivo, indisponibili e così finimmo nel piccolo soggiorno senza mobili della casa di una allieva. Qui il lavoro ebbe una svolta inaspettata. Su quello scabro pavimento di piastrelle, in un’anonimo, piccolo appartamento di un condominio di Carmagnola (altra struggente cittadina del circondario), con le finestre che davano su un cortile interno degno di Milano2, con le siepi di lauro e i vialetti in ghiaia, in quel soggiorno in cui per entrare nell’area deputata a palco si doveva passare dal bagno e in cui chi in quel momento non lavorava osservava le scene degli altri seduto su un divano spinto contro la porta a finestra del terrazzino, in quel set assurdamente contemporaneo, i ragazzi trovarono finalmente la chiave per entrare, oggi, dentro un testo come Leonce e Lena. Comparvero nelle interpretazioni certi tremiti di forza extraquotidiana, che parevano da crisi di astinenza, e che producevano, a contatto con la lingua ottocentesca di Buchner, scintille favolose. Oppure amnesie e confusioni stupende, dovute forse allo straniamento di trovarsi in un soggiorno di una periferia italiana nel 2008, di sabato pomeriggio a recitare un dramma che vede protagonisti una principessa e un principe di due regni immaginari, scritto da un neurologo-rivoluzionario-poeta due secoli prima come un’opera di fantascienza…I corpi si risvegliarono, ridemmo e piangemmo come mai prima, apparve il teatro nella sua vitalità favolosa e intrattabile, insomma pareva ci fossimo finalmente incamminati verso qualcosa.
Ma non durò. Già dall’incontro successivo, ritornati nei luoghi abituali, tutto tornò soporifero.
Le mie ire colpivano soprattutto certi momenti di pigrizia e stupidità degli allievi, capaci di ottenere qualcosa di buono e però subito di accontentarsi, e perdere tutto quanto ottenuto per un ammicamento a un compagno, una risata, una stanchezza momentanea. Era questo il punto debole del gruppo. Prima ho detto che non c’era ‘follia eroica’ negli allievi, non c’erano problemi di disagio ecclatanti. Non è propriamente vero. In alcuni di loro questa scintilla esorbitante c’era. Ma non riusciva a trovare il proprio luogo d’espressione, come se la maggioranza del gruppo premesse su certe individualità minoritarie e le schiacciasse. Non so se per paura, se per fiducia in un livellamento al centro dalla funzione stabilizzante, a cui tutti tendevano (la maggioranza femminile del gruppo faceva sì che si respirasse una morbida atmosfera materna) o perché, semplicemente, da che mondo è mondo, in ogni gruppo succede esattamente questo, fatto sta che, per la mia disperazione, l’inerzia e l’entropia parevano invincibili.
Così decisi, a metà percorso, di cambiare tutto.
Bisognava risvegliare la responsabilità individuale, scardinare l’idea di coro, di gruppo che si sostiene e addormenta, fare sentire l’ebbrezza e la paura della libertà. Rinunciai a Leonce e Lena e chiesi a ognuno di propormi un testo su cui avrebbe lavorato. Già questo fu molto interessante. Il testo. La difficoltà di trovare testi vivi per il teatro. Si avviò una corrispondenza tra me e i ragazzi. Mi mandarono testi, alcuni li scartai, altri andavano bene. Beckett, Marai, una giovane narratrice americana, Lorca, Valentin, e due scene di Leonce e Lena furono i nuovi copioni. Introdussi anche un lavoro fisico, che giovò.
Così una ventata di vita percorse il lavoro e lo cambiò. Ci furono sorprese ecclatanti. In particolare mi piace ricordare un allievo che fino a quel punto era stato in grande difficoltà, e che invece trovò nel nuovo testo un notevole banco di prova. Si trattava di una persona con un gusto teatrale comico. Oggi, il comico in teatro (in Italia) non ha testi notevoli su cui misurarsi, si deve accontentare di Lella Costa. Così gli proposi Karl Valentin e lavorammo su un frammento di Tingeltangel come su una partitura fisica rallentatissima, concentrandoci sul contrasto tra corpo che cede lentamente e parole che escono a raffica da quel corpo decontratto. Il processo e il risultato furono ottimi. Oppure ancora l’allievo con problemi di balbuzie (ma con un ottimo istinto scenico) affrontò un frammento di Beckett da sdraiato, in un cantilenante dormiveglia senza nemmeno un’incespicata, una voce fluida che pareva venire da profondità extraumane…O la coppia che continuò con Buchner, coi quali lavorai al mantenimento di una tensione a distanza, che permise l’affiorare di una fisicità molto interessante e allusiva…
L’esito finale (qui al lato alcune immagini) fu un montaggio, fatto in qualche giorno, del mio lavoro teatrale e del lavoro svolto parallelamente da Michela Lucenti e i suoi collaboratori. Io sono poco sensibile alla necessità di una dimostrazione finale ad ogni costo, ma a quanto pare in certe situazioni non ci si può sottrarre, ed è giusto così, se il mostrare al pubblico qualcosa dà la possibilità al progetto di essere visibile e di continuare a esser sostenuto dalle istituzioni e dalla città. Ma quell’accelerazione finalizzata allo spettacolo non ebbe nulla a che fare con le multiformi e illuminanti dinamiche sollevate dal processo di quei mesi precedenti, di cui come ho potuto ho accennato in questa piccola testimonianza.

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